S.S.B.Scuola Sub del Lago di Bolsena

      la Subacquea per passione

IL RECUPERO DELLA FORTEZZA VOLANTE INABISSATASI NEL LALGO DI BOLSENA
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Il 22 maggio 2013 il Centro della Scuola Sub del Lago di Bolsena e il Nucleo Sommozzatori dei Vigili del fuoco di Viterbo hanno recuperato la torretta ventrale di una Fortezza volante  B-17 dai fondali del Lago di Bolsena.

La torretta con le sue due mitragliatrici (Sperry Ball), è parte di un aereo che durante la seconda guerra mondiale si inabissò sul lato meridionale del lago. 

 

Le ricerche dell’aereo iniziarono più di due anni fa, condotte da Massimiliano Bellacima, del Centro Ricerche della S.S.B. portarono all’individuazione dei resti della Fortezza volante a più di 90 metri di profondità.

Max iniziò da subito i preparativi per un immersione sul posto, molte furono le indagini effettuate con videocamere filoguidate, Rov e side scan sonar, che gli hanno permesso di scegliere un punto su cui scendere.

Così nel luglio 2012 insieme ad Alessandro Rancely detto AleTech, iniziarono una serie di immersioni in cui riuscirono ad individuare la torretta del nostro aereo. La torretta è una sfera di circa un metro di diametro, posizionata sotto la parte centrale del velivolo e dove all’interno operava un mitragliere. Poteva ruotare su 360 gradi e muoversi verso l’alto e il basso ed era armata da due mitragliatrici Browning 50.

Contemporaneamente alle ricognizioni subacquee iniziano, con Mario Di Sorte esperto del settore e appartenente al Centro Ricerche della S.S.B., le ricerche storiche. Le varie targhette e matricole che dovrebbero far identificare l’aereo però non sono sufficienti. È così che durante un immersione alla ricerca di indizi nel dicembre del 2012, Max si accorse di una scritta sulla torretta. Una semplice scritta dipinta a mano con vernice e perfettamente conservata: Ileen Lois. Per Mario la scoperta è sensazionale, è proprio grazie a questo nome riesce non solo a dare un’identità all’aereo, ma addirittura a ricostruire l’ultima missione e a rintracciare alcuni familiari dei piloti ancora in vita.  

Ileen Lois è la moglie del mitragliere situato nella torretta, il suo aereo era partito da Amendola (Foggia) il 15 Gennaio 1944 con altri 37 B-17 per una missione di bombardamento su Certaldo (Firenze). Su Perugia viene danneggiato a due motori dalla contraerea tedesca, lascia la formazione e, continuando a perdere quota, tenta di rientrare alla base.

Sulle rive del lago Trasimeno, per alleggerirsi, sgancia il carico di sei bombe e si dirige verso sud. Giunto nella zona di Radicofani, i dieci componenti dell’equipaggio si lanciano col paracadute: cinque di loro vengono catturati dai tedeschi e gli altri riescono a fuggire. L’equipaggio del comandante William Pedersen una volta abbandonato laereo, non riuscirono a vedere il luogo dove esso cadde .

Alla fine della guerra tutti, inclusi i prigionieri, rientreranno salvi in Patria. 

Le ricerche storiche hanno permesso di ricostruire i fatti e stabilire che il B-17 USAF matricola 41-24364, continuando a perdere quota, si inabissò nelle acque del Lago di Bolsena il 15 Gennaio 1944 alle ore 13.20 circa.
Se nel lontano 1944 il mitragliere non avesse scritto il nome di sua moglie sulla Torretta, oggi avremmo nel lago i resti di un bombardiere americano, impossibile da identificare.

Le ricerche effettuate da Mario hanno permesso di entrare in contatto con i parenti dei componenti l’equipaggio e di conoscere le loro storie individuali, e soprattutto il dettagliato racconto di tutta la missione, incluso il lancio con il paracadute, la cattura da parte dei Tedeschi e l’avventuroso rientro alla loro base dopo 6 mesi. Tra le persone contattate c’è anche il figlio di Bernard Scalisi, un componente dell’equipaggio che riuscì a sfuggire alla cattura dei tedeschi.

Il lago di Bolsena rivestì un punto di particolare importanza durante la Seconda Guerra Mondiale. Le forze di occupazione tedesche insediarono diversi campi di aviazione intorno al Lago, in quanto punto di snodo e di controllo dell’area dell’Italia centrale. Il Comando Generale Tedesco e quello delle truppe corazzate restarono fino alla loro ritirata, prima dell’arrivo degli alleati nel Giugno 1944. Non a caso nei pressi di Bolsena si insediò il Generale Alexander con il Quartier Generale delle truppe alleate.

Lo specchio d’acqua fu durante il conflitto teatro di battaglie aeree di cui una particolarmente viva nei ricordi dei più anziani avvenuta nell’Aprile 1944, tra caccia Tedeschi ed Americani. Non dimentichiamoci che ancor prima, a Bolsena, e precisamente nel 1917  venne costituita sulle rive del lago  una scuola di pilotaggio di Idrovolanti della Reggia Marina, che ha lasciato tutt’ora un vivo ricordo nella popolazione per le particolarità che l’anno contraddistinta. Ma queste sono altre storie ….                                                                                                                                                                                              

Le operazioni di recupero non sono state affatto semplici e sono state eseguite in due fasi.
Nella prima fase i sub del Centro Ricerche Max e AleTech sono scesi a 90 metri e hanno agganciato una robusta cima alla torretta mentre il Nucleo dei Vigili del Fuoco operando a circa 10 metri di profondità ha iniziato il sollevamento della torretta operando con palloni utilizzando la così detta tecnica “degli ascensori”. Tutte le operazioni sono state documentate dagli operatori video del Centro Ricerche.
Il pezzo dal peso di 450 Kg circa è stato portato ad una profondità di 25 metri, dove sono state effettuate tutte le operazioni per il recupero, e portato in superficie, è stato  posizionato su una struttura realizzata, appositamente, con tubi innocenti e galleggianti dal personale dei VdF. Tutta la struttura è stata poi trasportata al porto di Bolsena, dove una folla di persone aspettava incuriosita. È stata sollevata dall’autogru dei Vigili del fuoco e, appena ha iniziato ad emergere dall’acqua, è scattato l’applauso del pubblico. Con cautela è stata posizionata su un carrello dove, dopo essere stata fotografata da tutti i presenti, è stata trasportata in un ambiente messo a disposizione dal Comune in cui sono già iniziate le fasi di restauro.

Alle operazioni di recupero hanno assistito ,oltre alle Autorità della Provincia, una rappresentanza dell’Ambasciata Usa in Italia e della Scuola Americana di Viterbo (School Year Abroad), oltre ad alcuni direttori di importanti musei storici nazionali.

BOLSENA: SVELATO IL MISTERO DELL’AEREO NEL LAGO

Dopo 69 anni il relitto dell’aereo ritrovato nelle profondità del Lago di Bolsena ha ora un nome: è un quadrimotore B-17F, la famosa Fortezza Volante americana, bombardiere, per quei tempi, di grosse dimensioni.
Due anni fa Massimiliano Bellacima della Scuola Sub di Bolsena, sulla base di testimonianze locali, inizia delle immersioni nel Lago che porteranno alla scoperta di un relitto di aereo nelle vicinanze della Città di Bolsena. Tra i rottami viene individuata la Torretta ventrale, con le sue due mitragliatrici, (Sperry Ball) di un B-17 ma non è sufficiente a identificare l’aereo, l’equipaggio e la sua sorte: il mistero rimane.
La Torretta è una sfera di circa un metro di diametro posizionata sotto la parte centrale del velivolo e dove all’interno operava un mitragliere . Essa poteva ruotare su 360° e muoversi verso l’alto e il basso ed era armata da due mitragliatrici Browning 50 .
Alla fine di Dicembre dello scorso anno i Sub scoprono che sulla Torretta ci sono due scritte dipinte a mano con vernice: ILEEN LOIS. Le ricerche storiche condotte da Mario Di Sorte presso gli Archivi Aeronautici USA hanno permesso di scoprire che Ileen Lois è la moglie del mitragliere e che il suo aereo era partito da Amendola (Foggia) il 15 Gennaio 1944 con altri 37 B-17 per una missione di bombardamento su Certaldo (Firenze). Su Perugia viene danneggiato a due motori dalla contraerea tedesca, lascia la formazione e, continuando a perdere quota, tenta di rientrare alla base. 
Sulle rive del Lago Trasimeno, per alleggerirsi, sgancia il carico di 6 bombe e si dirige verso sud. Giunto nella zona di Radicofani, i 10 componenti dell’equipaggio si lanciano col paracadute: 5 di loro vengono catturati dai tedeschi e gli altri riescono a fuggire. Alla fine della guerra tutti, inclusi i prigionieri, rientreranno salvi in Patria.

L’equipaggio del Comandante William Pedersen , una volta abbandonato l’aereo, non riuscì a vedere il luogo dove esso cadde . Le ricerche storiche hanno permesso di ricostruire i fatti e stabilire che il B-17 USAF matricola 41-24364 , continuando a perdere quota, si inabissò nelle acque del Lago di Bolsena il 15 Gennaio 1944 alle ore 13.20 circa.
Se nel lontano 1944 il mitragliere non avesse scritto il nome di sua moglie sulla Torretta, oggi avremmo nel Lago i resti di un bombardiere americano ma l’impossibilità di identificarlo.
Il 22 Maggio p.v. il Nucleo Sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Viterbo , coadiuvati dalla Scuola Sub di Bolsena, effettueranno il recupero della Torretta dai fondali del Lago.
La Torretta, dopo il necessario trattamento conservativo, verrà esposta presso il Museo della Città di Bolsena nell’apposita Sezione dedicata alla Seconda Guerra Mondiale.

NOTE AGGIUNTIVE
-Le ricerche effettuate ci hanno permesso di entrare in contatto con i parenti dei componenti l’equipaggio e di conoscere le storie individuali ed il racconto dettagliato di tutta la missione ,incluso il lancio con il paracadute e il rocambolesco rientro alla loro base dopo 6 mesi . Altrettanto per la vicenda degli aviatori fatti prigionieri dai Tedeschi .
Un particolare contatto lo abbiamo con il figlio di Bernard Scalisi componente dell’equipaggio che riuscì a sfuggire alla cattura.


-Il giorno del recupero a Bolsena sarà presente ,oltre alle autorità della Provincia , una rappresentanza dell’Ambasciata USA in Italia e della Scuola Americana di Viterbo ( School Year Abroad ).
Inoltre vi saranno alcuni direttori di importanti Musei Storici Nazionali.
Bolsena ed il suo Lago rivestono particolare importanza durante la Seconda Guerra mondiale.
Intorno al Lago le forze di occupazione tedesche insediarono diversi campi di aviazione in quanto punto di snodo e di controllo dell’area centrale dell’Italia ,il Comando Generale Tedesco e quello delle truppe corazzate restarono fino alla loro ritirata ,prima dell’arrivo degli alleati nel Giugno 1944.
Teatro di una battaglia aerea nell’Aprile 1944 tra caccia Tedeschi ed Americani.
Nei pressi di Bolsena si insediò il Generale Alexander con il Quartier Generale delle truppe alleate.

Un cranio di 3.500 anni fa ritrovato nelle acque del Lago di Bolsena

Un cranio di 3.500 anni fa ritrovato al largo dell'isola Bisentina nel Lago di Bolsena

Ad un anno dal rinvenimento di  un cranio al largo dell’isola Bisentina nel lago di Bolsena,  abbiamo appreso oggi da alcune testate giornalistiche tra cui il Messaggero, che il cranio apparteneva ad un uomo di età compresa tra i 25 e i  35 anni  ma  vissuto circa 3.500 anni fa.

In un primo momento, considerando l’ottimo stato di conservazione del cranio, si era pensato che potesse appartenere a persone recentemente scomparse sul lago.  Già allora, due medici appartenenti al nostro Centro Ricerche, avevano ipotizzato che l’età della persona doveva aggirarsi intorno ai 30 anni, ma questo andava confermato con esami più specifici.

Era il 18 maggio del 2012 quando Massimiliano e Alessandro durante un’immersione nella parete orientale dell’isola Bisentina, s’imbattono in questo “strano” reperto.  In un primo momento la loro attenzione era stata catturata dalla forma particolarmente sferica di quell’oggetto, “ma appena avvicinati ci siamo subito resi conto che si trattava di un cranio umano” dice Massimiliano ricordandosi quel momento.

Quella constatazione ci ha subito bloccato, dice Max, e, dopo alcuni attimi di esitazione lo abbiamo sollevato dal fondale. Max e Ale si sono guardati attorno per vedere se ci fossero altri resti ma l’esito della ricerca è risultato negativo.

Vista l’elevata profondità, 72 metri, e la difficoltà di ritrovarlo, qualora fosse stato lasciato in acqua, i due sub hanno deciso di portarlo in superficie e di avvertire i carabinieri. Al loro arrivo in porto infatti, erano presenti  i Carabinieri di Bolsena che lo hanno preso in consegna avviando le dovute indagini.

Vista la particolarità del reperto ci auspichiamo che il Sindaco di Bolsena richieda alle autorità competenti  la possibilità di poterlo esporre presso il Museo Territoriale del Lago di Bolsena dove esiste già  una struttura adeguata ad accoglierlo.

 

 

 

 

Ritrovato il relitto della Svärdet, nave svedese del XVII secolo

Ritrovato il relitto della Svärdet, nave svedese del XVII secolo

Skeppet Svärdet

Cinquant'anni fa, nel 1961, gli Svedesi riportavano alla luce il Vasa, uno dei più straordinari relitti navali del mondo, oggi conservato nel Vasa Museet di Stoccolma.  Vent'anni dopo, nel 1981, veniva ritrovato il relitto della Kronan (in svedese 'Corona'), maestoso relitto del XVII secolo, che ha restituito oltre 30.000 reperti archeologici.

Oggi è stata diramata la notizia del ritrovamento e della possibile identificazione di un'altra imponente nave da guerra svedese (localizzata nel corso dell'estate passata), gemella della Kronan: si tratta probabilmente della Svärdet ('Spada'), trovata da un team di ricercatori (Deep Sea Productions) guidato da Malcolm Dixelius a una profondità compresa tra 50 e 100 metri, fra le isole di Gotland e Oland. Come la Kronan, la Svärdet affondò durante uno scontro tra la flotta svedese e quella congiunta olandese - danese nel 1676, nel corso di quella che è considerata la più grande battaglia navale combattuta nel Baltico. La possente nave da guerra riuscì a resistere quattro ore, circondata dalla flotta nemica, e alla fine, disalberata, colpita da tre cannonate al di sotto della linea di galleggiamento, prese fuoco nella sezione poppiera; un incendio che l'ammiraglio Claes Uggla, considerato un eroe della Marina Svedese, ordinò di non contrastare, per non far cadere il vascello, ormai condannato, in mano nemica. Nel naufragio perirono i 600 uomini imbarcati e il coraggioso ammiraglio Uggla, che si rifiutò di abbandonare la nave.

Svardet
Il luogo del rinvenimento, la tipologia della nave e dei pezzi d'artiglieria, la poppa sventrata dal fuoco come riportato dalle fonti storiche confermerebbero l'identificazione del relitto, sul quale ora si concentreranno gli sforzi congiunti degli scopritori e degli esperti dello Swedish Maritime Archaeological Research Institute. Per le particolari condizioni di salinità e temperatura del Baltico, che non permette il proliferare della teredine (anche se, come è noto, il riscaldamento globale e il cambio climatico stanno rapidamente sconvolgendo questo delicato equilibrio), il relitto è in uno stato di conservazione straordinario; per la profondità del sito, inoltre, non fu possibile procedere alla pratica, molto usuale nei secoli passati, del recupero degli 86 cannoni dal luogo del naufragio, per cui l'intera dotazione d'artiglieria della nave è ancora in situ. "Vasa, Mars (un altro relitto rinvenuto nel corso della scorsa primavera), Kronan e Svärdet sono gli unici quattro relitti al mondo, per questo periodo, quasi completamente conservati...semplicemente per il fatto che il Baltico è tanto adatto alla conservazione dei relitti" ha dichiarato Dixelius.

 

I Vichinghi

LA NAVIGAZIONE ANTICA: I VIKINGHI

Notoriamente conosciuti conave vichingame un popolo bellicoso proveniente dall’estremo nord del’Europa, i Vichinghi si contraddistinsero soprattutto per le loro capacità di navigatori. Le saghe vichinghe sono piene di storie di mare e il ruolo centrale che la nave ha avuto nelle civiltà nordiche costituisce la testimonianza più originale della loro civiltà. Le loro imprese per mare si caratterizzano soprattutto per l’ostinazione e il coraggio tipici di questo fiero popolo. Infatti si tratta spesso di navigazioni di lungo corso, in mari sicuramente non semplici da navigare come i mari del nord e gli oceani. Le navi vichinghe erano veri e propri strumenti di conquista, la migliore espressione dell’ingegneria navale dell’epoca. Probabilmente anche a costo di andare contro la tradizione, la quale affida al genovese Colombo la scoperta delle Americhe, fu un vichingo il primo Europeo a mettere piede nel nuovo continente durante il medioevo: Erick il Rosso. Condottiero e navigatore difficilmente per esperienza può essere superato da un suo contemporaneo. La fama dei vichinghi come abili navigatori deve molto anche alle tecnologie costruttive (diverse da quelle di tipo Mediterraneo) che adottarono e che influenzarono anche le tecnologie costruttive posteriori. Una testimonianza di questa perizia tecnica ci è tuttora testimoniata da numerosi relitti ritrovati a Gokstad, Oseberg, Tune in Norvegia, e a Skuldelev in Danimarca. Si tratta di imbarcazioni diverse con caratteristiche differenti.

Le navi mercantili, gli knorr, erano larghe e profonde per aumentarne il dislocamento e per il trasporto di carichi pesanti. Le imbarcazioni da guerra erano veloci e maneggevoli. Innanzitutto la differenza principale tra una costruzione navale di tipo mediterraneo ed una di tipo nordico e il sistema di intavolatura detto a clinker, che si contrappone all’uso mediterraneo di posizionare le assi del fasciame a paro; il clinker si basa sulla sovrapposizione parziale delle assi del fasciame tra loro e unite alle strutture interne tramite chiodi di rame o ferro. Le imbarcazioni vichinghe, i drakkar (navi con la testa di drago), erano famose per la loro velocità in mare ma anche per la semplicità di manovra in ambiente fluviale. Questa facilità di movimento e manovra è dovuta alla chiglia che non è mai troppo larga e dalla poppa che si equivale alla prua. Il sistema di propulsione velico spesso era di una sola vela fatta di lana e cuoio per resistere alle forti brezze dei mari del nord ma poteva essere di tela rinforzata.. Il posizionamento dei rematori all’interno dello non è facile da intuire. Il numero di rematori nei modelli più grandi raggiungeva i 50-60 elementi divisi in trenta banchi di voga.

prua nave vichingaAbili carpentieri e falegnami erano responsabili della costruzione delle imbarcazioni. Costruire una nave non era un lavoro facile: non esistevano progetti sui quali fare riferimento. L’arte di costruire le navi era tramandata da generazione in generazione e solo l’esperienza e la tradizione erano d’aiuto ai falegnami. Si iniziava la costruzione dalla chiglia (come avveniva anche per le costruzioni mediterranee), pio le ruote di prua e di poppa, in seguito i bagli, le strutture interne ed il fasciame. Il legno usato prevalentemente era quello di quercia da cui si potevano ottenere tavole molto lunghe e resistenti. Il calata faggio, cioè il riempimento delle giunture tra le assi per renderle impermeabili all’acqua avveniva tramite lana incatramata e fibre vegetali. Gli alberi e i pennoni raramente superavano i dieci metri. Sicuramente i rematori all’interno dello scafo erano sia marinai che soldati. La disciplina militare faceva di essi degli impavidi e combattivi navigatori. Gli scafi raggiungevano enormi dimensioni, anche i trenta metri di lunghezza, cosa che permetteva di navigare su tre creste d’onda e quindi di avere una grande resistenza alle forze di tensione e trazione che agiscono sullo scavo nei momento di massima sollecitazione. La ruota di prua spesso era intagliata da abili artisti dandogli forma di drago o di serpente marino con la convinzione che questa li proteggesse dagli spiriti maligni. Quando arrivava vano in un luogo inesplorato, mossi dalla superstizione, queste teste apotropaiche venivano ritirate per non offendere le divinità del luogo. Il loro atteggiamento combattivo e la ricerca di nuove rotte commerciali fece si che i vichinghi conquistassero parte dell’Europa, anche se sono passati alla storia con altri nomi. I normanni conquistatori della Sicilia o la stirpe di Guglielmo il conquistatore che nel 1066 conquista l’Inghilterra provenivano dal nord dell’Europa ed erano appunto Vichinghi, i Varieghi e gli Uzi della Russia erano di stirpe vichinga. Le navi da guerra vichinghe erano chiamate con diversi nomi. Oltre ai già citati drakkar,vi erano gli sniggen, e gli skeidh. Le navi più lunghe raggiungevano i 40 metri. La navigazione avveniva senza l’ausilio di carte nautiche o strumenti di bordo. Ci si affidava alla conoscenza dei venti e delle maree. Nei giorni di buon tempo al sole e alle stelle. drakkar

I vichinghi conoscevano anche l’uso della pietra di sole, un cristallo che polarizza la luce solare e ne suggerisce la posizione all’orizzonte. Esisteva anche una specie di rudimentale astrolabio che permetteva di stabilire tramite l’ombra proiettata l’altezza del sole. La massima autorità sulla nave era il comandante. Ai marinai era proibito l’uso del fuoco, dovevano accontentarsi di cibi freddi, carni secche e pesci salati. La nave oltre ad essere un mezzo per spostarsi rappresentava anche uno status sociale e un elemento rituale nella sepoltura di re e regine che venivano sepolti su delle imbarcazioni come nel caso della nave di Oseberg scoperta nel 1904 che conteneva numerosi oggetti rituali tra cui due teste di drago intagliate. La superiorità dei vichinghi nelle tecniche di navigazione è innegabile. A dimostrazione di ciò il linguaggio marinaresco adottato dai popoli franchi e sassoni ha assimilato numerose espressioni che provengono dal linguaggio scandinavo. L’iconografia della nave vichinga è conosciuta anche tramite numerosi sigilli di bronzo che ne riportano le tipologie e dai numerosi arazzi normanni tra i quali il più famoso è il lunghissimo arazzo di Bayeaux del XI secolo.

 

drakkar di Gokstad   

 

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Identificato a Messina il relitto "Twiga"

Identificato a Messina il relitto "Twiga"

relitto "Twiga"

Nell’ambito della proficua collaborazione instaurata con la Società Ecosfera di Messina, che in conformità alla convenzione recentemente rinnovata con la Soprintendenza del Mare si propone di dare impulso alle ricerche ed alla conoscenza dei relitti d’interesse culturale storico della provincia di Messina, è stato identificato il piroscafo affondato nelle acque di Rada Paradiso in località Pace (ME). Il relitto giace su un pianoro sabbioso a circa 42 metri di profondità, in una zona battuta dalle correnti dello Stretto. La prua e la coperta si presentano fortemente danneggiate dall’impatto con il fondo e dai decenni passati in fondo al mare; tuttavia il relitto conserva tratti distintivi che hanno incoraggiato la perseveranza di chi ha condotto le indagini ed effettuato le verifiche subacquee, l’ultima delle quali avvenuta il 22 settembre scorso alla presenza del personale della Soprintendenza del Mare, ha confermato le prime ipotesi fatte in merito all’identificazione. La nave affondata è il cargo “Twiga”, ex “Linda Clausen”, varato in Danimarca nel 1944 ed affondato nel 1969 a seguito di un incendio che indusse l’equipaggio ad abbandonarlo e dopo vari mesi passati alla fonda in località Pace. La Società Ecosfera ha redatto in merito una relazione illustrativa che sarà a breve oggetto di pubblicazione

LA NAVE ROMANA DI COMACCHIO

LA NAVE ROMANA DI COMACCHIO

Il relitto è stato scoperto casualmente nell'autunno del 1980, in occasione di lavori di dragaggio del principale canale collettore di Valle Ponti, a poche centinaia di metri da Comacchio.

E' stato oggetto di campagne di scavo, curate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna, dal 1981 a tutto il 1989, anno in cui lo scafo fu definitivamente recuperato e alloggiato in una vasca di cemento realizzata nel Museo della Nave Romana, appositamente istituito dal Comune di Comacchio nel complesso di Palazzo Bellini.

Nave Comacchio

L'imbarcazione, naufragata verso la fine del I secolo a.C., è particolarmente interessante per quanto riguarda la tecnica costruttiva, la strumentazione di bordo, i prodotti trasportati, i loro contenitori, gli oggetti d'uso quotidiano in navigazione, tra cui svariati indumenti, illuminanti sulla vita a bordo di una nave romana d'età augustea.

Non sono invece emersi resti umani, né all'interno del relitto né nell'area circostante, supponendosi pertanto che l'equipaggio abbia abbandonato la nave, nell'approssimarsi di una probabile mareggiata; oppure che la nave, ormeggiata in un porto lungo la costa, sia stata trascinata via da un fortunale, in un momento in cui non vi erano marinai a bordo, e si sia arenata presso la spiaggia.

Altro elemento di interesse sta nel fatto che la ricchezza, in quantità e in qualità, dei reperti fa supporre che non ci siano state asportazioni nel tempo; è pertanto presumibile che l'interramento sia stato molto veloce, il che è riconducibile ad aspetti, e quindi studi, connessi con la geomorfologia e la sedimentologia del territorio litoraneo padano in epoca storica.

La Sassola

Fortuna Maris offre una panoramica completa dell'ambiente in cui si arenò la nave, insieme con ipotesi sulle cause del naufragio e sulle modalità del seppellimento; dà inoltre un'accurata descrizione delle complesse fasi dello scavo, della tecnica costruttiva dello scafo, della zavorra (ghiaia, ciottoli, tronchi di bosso accatastati); delle attrezzature recuperate, tra cui bozzelli, una caviglia per dare volta ai cavi, un borello per unire due cavi tra loro, un cavicchio, una sassola ottenuta da un unico blocco di legno, mazzuoli, ascia e pialla; degli utensili della cambusa, delle ceramiche, degli svariati oggetti accessori.

La nave trasportava una cospicua quantità di lingotti di piombo, contrassegnati da marchi diversi, tra cui è frequente il nome di Marco Vipsanio Agrippa (morto nel 12 a.C.), che si presume venissero dalla Spagna e fossero destinati al commercio. Ma il vasellame costituisce la parte preponderante del carico: sono state rinvenute numerose anfore, bicchieri, coppe, aryballos, balsamari.

La coppa di argilla rossiccia con vernice rossa brillante, decorata con motivi floreali e animali, che si è mantenuta praticamente intatta.

La coppa di argilla rossiccia con vernice rossa brillante, decorata con motivi floreali e animali,

che si è mantenuta praticamente intatta.

Gli oggetti in piombo di qualche pregio artistico sono rari, essendo tale metallo prevalentemente usato per la fusione, l'impressione e l'impiego di ordine pratico; eppure la nave di Comacchio trasportava sei tempietti, realizzati per saldatura o incastro di lamine di piombo prestampate, con cella interna contenente immagini di divinità. Sono evidentemente oggetti di culto popolare, forse - nel caso specifico - destinati anch'essi al commercio.

tempiettotempietto

Visuale frontale e laterale di un tempietto in piombo. All'interno Venere con Erote.


Interessante è la presenza di una stadera a due portate, probabilmente impiegata per la vendita al dettaglio della merce, che conferma l'attività commerciale cui era destinata la nave. Si compone di un'asta graduata con tre anelli - cui sono sospesi gli uncini e il piatto, sorretto da quattro catene - che termina con un occhiello, al quale era attaccato il romano, cioè il peso sferico, di bronzo fuso riempito di piombo.

La nave ha pure restituito indumenti, sacche e calzature di cuoio, che bene illustrano l'abbigliamento quotidiano della gente di bordo, tanto più interessanti perché si discostano da precedenti ritrovamenti provenienti dagli acquartieramenti militari.

Le scarpe identificate sono di cinque tipi diversi: la solea, la caliga, una sorta di calceus semplificato (forse il pero), il soccus, e il calzare doppio caliga-pero, qui raffigurato.

scarpa comacchio

La solea è una calzatura essenziale, ben documentata negli ambiti civili del I secolo d.C.; è costituita da una semplice suola con infradito, usata in un primo tempo da donne e bambini, poi diffusa anche tra gli uomini, come dimostrano ritrovamenti di misure grandi, dal II secolo in poi.

La caliga è un calzare basso, formato da una serie più o meno fitta di cinturini che si ricongiungono sul collo del piede e sono fermati sul dorso con una chiusura particolare; la versione per uso militare è più alta sulla caviglia.

Il pero è una calzatura simile al calceus. Il calzare doppio è costituito da una caliga che riveste un pero morbido, come fosse una calza. Il soccus è una scarpa chiusa e morbida, come fosse una pantofola.

Aryballos

Numerosi gli oggetti metallici per uso vario, da tavola, da toilette, da cucina, da farmacia, di cui spesso non è chiara la funzione distinta o la datazione, perché nei rilievi e nelle fonti letterarie alcuni sembrano impiegati per più scopi, mentre la resistenza del metallo li conserva in uso per lungo tempo. Tra i vari oggetti anche tre calamai, probabilmente per la contabilità di bordo; una specie di sonda per uso medico; e un gruppo di ami di bronzo, conservati in un cestino di vimini, di misura e foggia varia, forse perché di produzione artigianale oppure da usare per tipi diversi di pesca. L'assenza di attrezzi atti alla pesca delle anguille, da sempre risorsa alimentare fondamentale nella zona del ritrovamento, fa supporre che la nave fosse in transito.

Tra gli oggetti in legno, un mortaio, unico esemplare ritrovato, sebbene più fonti li citino, realizzato manualmente da un pezzo di legno escavato, e poi decorato con incisioni all'imboccatura; alcune pissidi lavorate al tornio; cassettine realizzate con sottili assicelle piatte, ottenute con l'ausilio della pialla; lucerne provenienti dalla zona della cambusa, come indicano sul beccuccio i segni di annerimento dovuti alla combustione dello stoppino, quindi destinate alla vita di bordo anziché al commercio.

 

 

Aryballos destinato a contenere prevalentemente unguenti profumati

 

 

Articolo relitto: Una nave racconta il suo passato

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Reperti di inestimabile valore ritrovati nei fondali del costruendo porto di Diamante.

Reperti di inestimabile valore ritrovati nei fondali del costruendo porto di Diamante. La conferma arriva da Simonetta Bonomi, soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria che ha tenuto a precisare come il blocco dei lavori al porto sia temporaneo, ovvero da inquadrarsi nelle rilevazioni e nelle analisi che dovranno essere effettuate sui reperti trovati. "Dispiace dover rilevare - scrive la Bonomi - che alla Soprintendenza venga attribuita una parte della responsabilità, per un fantomatico ulteriore blocco.Porto di Diamante

Al riguardo è bene specificare che le indagini in corso sono di fatto terminate ma necessitano di un'ultima tranche, consistente nella rimozione con mezzo meccanico di alcuni scogli e nel restauro (da effettuarsi in laboratorio) dei reperti recuperati. Dette operazioni potranno avere luogo però solo nel momento in cui il cantiere verrà dotato delle attrezzature necessarie che, come tutte le precedenti operazioni, sono a carico del progetto". Una scoperta che la Bonomi ritiene di "assoluto rilievo nel panorama dell'archeologia subacquea dell'Italia meridionale degli ultimi anni", e che consiste nei resti di un importante carico della prima metà del III secolo a.C., costituito da numerose anfore greco-italiche e spiaggiato in occasione di una mareggiata nel quadro di traffici tra il golfo di Napoli e la Sicilia. "A questo proposito - prosegue la soprintendente - rincresce piuttosto lamentare il fatto che la mancata conclusione delle operazioni abbia impedito la partecipazione al 51° Salone Nautico Internazionale tenutosi proprio nella scorsa settimana a Genova, come il Ministero avrebbe auspicato. Siamo quindi costretti a concludere come - piuttosto che alimentare sterili polemiche - sarebbe preferibile valutare bene l'impiego delle proprie risorse, indirizzandole verso una compiuta valorizzazione, vista la ricchezza e l'importanza del patrimonio presente in Calabria".

Ritrovata in Scozia barca funeraria vichinga intatta

Londra, 19 ott. (Adnkronos) - "Gli oggetti ritrovati e il loro stato di conservazione fanno di questo sito uno dei piu' importanti sepolcri vichinghi mai ritrovati in Gran Bretagna", ha confermato l'archeologa Hanna Cobb, dell'universita' di Manchester, parlando della scoperta di una barca funeraria vichinga in Scozia, nel sito archeologico di Ardnamurchan.Spada Vichinga

Colleen Batey, dell'universita' di Glasgow e specializzato in archeologia vichinga, ritiene che la barca possa risalire al X secolo d.C. Il corredo funerario del guerriero vichingo, ritrovato in una fossa lunga 5 metri, come riporta la Bbc, conta un'ascia, una spada con l'elsa decorata, una lancia, uno scudo e spille di bronzo. Sono stati trovati molti altri oggetti di ferro, che ancora attendono di essere analizzati. In passato, alcune barche funerarie erano state ritrovate alle isole Orcadi, nel mare del Nord.

 

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La nave romana emerge dagli abissi del passato

Articolo pubblicato su La Stampa 10 13/10/2011

Trapani, affondata 1700 anni fa: è la più completa mai ritrovata

LAURA ANIELLO

TRAPANI
I sub nuotano dentro lo scafo, misurano il fasciame, toccano la chiglia. Davanti ai loro occhi c’è il miracolo di una nave commerciale romana del terzo secolo dopo Cristo affondata e rimasta quasi intatta a dispetto della latitudine niente affatto nordica. Siamo a Marausa, a un passo da Trapani, e questo è il più grande relitto dell’epoca mai tirato fuori nei nostri mari. Recuperate anche ceramiche da cucina databile III sec. d.C. I 700 componenti recuperati verranno «asciugati» con una tecnica speciale in un laboratorio di SalernoOperazione titanica, che vede all’opera archeologi, subacquei, ingegneri, restauratori. Bagnati, emozionati, in movimento continuo. Tutti insieme, a tirare fuori pezzo a pezzo un gigante lungo più di venti metri e largo nove, affondato 1.700 anni fa nei bassi fondali durante la manovra di ingresso nel fiume Birgi, che allora era una via navigabile per parecchi chilometri e adesso è soltanto il nome dell’aeroporto della città.

Un tesoro a portata di mano, tre metri di profondità e 150 dalla riva, e nonostante questo rimasto segreto per secoli perché coperto da un metro di argilla e di radici di posidonia, la pianta del mare. Un rivestimento naturale che l’ha tenuta in uno stato eccezionale di conservazione. «È stata la costruzione di un molo abusivo qui vicino a determinare un brusco cambiamento di correnti che hanno eroso la prateria e mostrato il relitto. Senza quel cemento non avremmo la nave», scherza Sebastiano Tusa, il soprintendente ai Beni culturali di Trapani che da dodici anni - dalle prime segnalazioni fatte nell’agosto del 1999 da Antonio Di Bono e Dario D’Amico della sezione locale dell’Archeoclub - sognava di disseppellire quel tesoro e di portarlo alla luce.

«Ormai preferiamo lasciare i relitti dove stanno - spiega - favorire itinerari di turismo sottomarini, ma questo è un caso eccezionale, sia per la mole e l’integrità della nave, sia perché è così vicina alla costa da farci temere per la sua sicurezza. Un’operazione da oltre 800 mila euro, fondi del Lotto. Settecento pezzi, lunghi da 40 centimetri a qualche metro, che adesso saranno assemblati come un gigantesco puzzle, con la stessa testardaggine dei modellisti, ma su scala reale. Destinazione finale il baglio Tumbarello di Marsala, accanto alla sala espositiva che già ospita una nave punica. E allora, eccoli i tecnici della società specializzata «Atlantis» tirare fuori prima il fasciame interno, poi l’ossatura, quindi quello esterno.

E ancora le anfore con le tracce di olive, noci e fichi portati dal Nordafrica verso il mercato siciliano. Poi i segni della vita di bordo, come pezzi di vasellame e di bicchieri utilizzati dall’equipaggio, una decina di marinai che arrivavano probabilmente dall’attuale Tunisia, perché da lì veniva la ciurma di Roma. Infine, tracce del carico di contrabbando: i cosiddetti «tubuli da extradosso», condotte cave in terracotta impiegate nelle costruzioni per alleggerire le volte e gli archi, e che in Africa si compravano a un quarto del costo di rivendita a Roma. «Era un commercio illecito ma tollerato - racconta Tusa - i tubuli venivano nascosti dappertutto, e così i marinai arrotondavano guadagni davvero magri».

Stipendi di Stato, perché queste imbarcazioni commerciali erano dell’Annona, quindi pubbliche, affidate ai navicolari, gli amatori che pagavano i marinai. Ecco quante cose raccontano questi legni inzuppati, portati fuori come trofei. I primi pezzi risalgono dal mare nelle mani dell’archeosub Francesco Tiboni e dell’operatore tecnico Francesco Scardino, entrambi della Soprintendenza del mare, sotto lo sguardo trepidante del direttore di cantiere, l’ingegnere Gaetano Lino. «È un corrente di stiva», esulta lui, termine che indica l’elemento cardine dell’ossatura. Chissà quale maestro d’ascia l’aveva costruita, con una tecnica «a guscio portante», esattamente al rovescio di quella attuale: prima si montava la chiglia, poi l’esterno, quindi l’ossatura, memoria forse dell’imbarcazione primordiale, il tronco scavato.

Adesso tutto è in viaggio verso Salerno, al laboratorio «Legni e segni della memoria» che si occuperà di togliere dal relitto l’acqua di cui è inzuppato e di restaurarlo con una tecnica innovativa che è stata brevettata proprio dai suoi esperti, con l’iniziale collaborazione dell’Università de La Rochelle. Difficile da credere adesso, ma questi legni ammalorati che grondano di mare torneranno a essere quella nave. Intatta e veleggiante, un attimo prima del naufragio, come in un salto sulla macchina del tempo. 

Quattro domande a Giovanni Gallo
«Sarà una bella sfida, un grande puzzle. I pezzi più piccoli, le serrette del fasciame interno, sono lunghe 40 centimetri, larghe 10 e profonde 2. Moltiplichi tutto per 700 parti numerate e avrà idea di che cosa ci aspetta». Giovanni Gallo è il responsabile di «Legni e segni di memoria», il laboratorio di Salerno che ha brevettato un metodo innovativo di restauro dei materiali vecchi di secoli.

In che cosa consiste il metodo?
«Il primo problema è togliere l’acqua. Tradizionalmente questo avveniva con impregnazione, noi usiamo la disidratazione, condizionando il legno alla pressione di 650 millibar, come in una camera ipobarica, come sottovuoto. Più abbassi la pressione, più puoi lavorare efficacemente a basse temperature. Pensi che a 80 millibar l’acqua bolle a 40 gradi. Sfruttiamo poi quello che in fisica si chiama effetto flash, attraverso salti di pressione. Il risultato è un legno naturale, non modificato da alcun tipo di sostanze. Riusciamo a tipizzare con precisioni essenze vecchie di millenni. Questa, a occhio e croce, sembra una conifera, direi pino o abete».

Perché questa nave rappresenta un unicum?
«Perché è la più completa mai ritrovata. Ci sono eccezionalmente sia il lato sinistro sia quello destro dello scafo, cosa che ci consentirà di restituire al relitto, una volta restaurato, uno straordinario effetto in tre dimensioni. Sul fondale era aperto a libro».

Grazie ai rilievi?
«Grazie ai rilievi ma grazie anche a quello che gli elementi della nave ci raccontano. Attraverso le ordinate, cioè la costolatura perpendicolare allo scafo, riusciamo infatti a ricavare le cosiddette linee d’acqua, e quindi forma e proporzioni esatte. Bisognerà poi pensare a un allestimento che valorizzi, attraverso modellini, anche gli elementi interni del fasciame, in modo da mostrare la tecnica costruttiva».

Quanto tempo servirà?
«Sei mesi per trattare i pezzi più piccoli, 18 per completare il trattamento, due per l’assemblaggio. Tra due anni la nave tornerà a vivere».

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